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Bergamo: «Non fu guerriglia ma rastrellamento di polizia»

5 marzo 2009

Bergamo: «Non fu guerriglia ma rastrellamento di polizia»

Guarda le foto del saluto fascista del prete lefebvriano presente al raduno di Forza Nuona

foto della manifestazione da inymedia lombardia

a seguire gli articoli usciti su liberazione e il manifesto


«Non sono impaurito, sono triste. Chi se lo aspettava un trattamento del genere?». Chi parla è uno dei sessanta fermati di sabato scorso a Bergamo. Quando la polizia è uscita fuori di sé: chi scortava un marziale corteo non autorizzato di Forza nuova e chi pestava i manifestanti antifascisti che tornavano a casa. Il nostro testimone ha 26 anni, fa il precario in un call center. «Non sono politicizzato – dice a Liberazione – vado alle manifestazioni, frequento il Pacì nel weekend». Pacì Paciana è un centro sociale attivo dal ’97, con amicizie trasversali nella galassia italiana degli spazi autogestiti. Ed è uno dei nodi della rete antifascista cittadina che aveva convocato il presidio contro la calata di Forza Nuova in città. Il nostro interlocutore racconta ancora: «Abito a poche centinaia di metri da dove sono stato fermato. Stavo tornando a casa con un amico che neanche c’era stato alla manifestazione, lui stava cercando suo fratello piccolo». A via Paleocapa c’è un sacco di gente che scappa in direzione opposta: «Vado avanti, vedo un bus dell’Atb (l’azienda tranviaria orobica, ndr), adibito a cellulare». Senza una spiegazione, un tipo in borghese col casco per l’antisommossa li avvicina, chiede loro i documenti e li afferra per il braccio, «senza una parola… se mi fermi spiegami almeno!». Il ragazzo e il suo amico vengono fatti salire sul bus requisito, ex linea 6. «Vi avremmo messo le manette ma sono finite», spiegano i servitori dello Stato impedendo ai fermati di usare i telefonini. In questura arriva un altro convoglio quasi uguale. In cinquanta saranno compressi in uno stanzino. Tra i fermati ci sono un paio di teste spaccate. Questo il repertorio degli agenti: «Stai zitto stronzo!»; «Stai zitto, merda!»; «Ti riempio di botte!». Le ragazze devono andare in bagno davanti a tutti, solo un’ora dopo arriva la concessione di una poliziotta per accompagnarle. I “nostri” usciranno dalla questura senza nemmeno un foglio. Un legale, Fabrizio Losito, ci dice che gli unici due arrestati (rilasciati lunedì), su sessanta fermati, si ritrovano l’accusa di resistenza e violenza a pubblico ufficiale, condita con un’«odiosa» aggravante, perché in concorso con più di dieci persone. Tutto ciò fa lievitare le pene eventuali (da sei mesi a 5 anni per la resistenza semplice e fino a 15 anni con l’aggravante). E spiega la dimensione della retata di sabato sebbene si sia trattato di un fatto che l’avvocato considera «ridotto: nessuno s’è fatto davvero male, la città non è stata devastata, non risultano vetrine rotte, né richieste di danni. Solo un paio di scritte». Insomma, nulla a che vedere col bollettino di guerra diramato senza descrizioni convincenti dai giornalisti locali. «In questa cosa piccola, però, ci sono stati episodi sinistri: manifestanti colpiti alle spalle, persone picchiate in terra – va avanti il legale – e quel personaggio incappucciato che picchia i “passanti”. Una situazione preoccupante anche se forse in questura s’è scelto un profilo un po’ più basso». «L’importante nella vita è lasciare un segno del nostro passaggio», aveva sentenziato il questore, Dario Rotondi, commemorando pochi giorni prima due agenti assassinati 32 anni prima al casello di Dalmine sotto i colpi della banda Vallanzasca. I suoi uomini stavolta hanno lasciato segni pesanti sulla città: i filmati li rivelano discreti bestemmiatori e piuttosto influenzati dai loro colleghi del G8 genovese mentre vanno a caccia di ragazzini e pestano in gruppo persone disarmate. Eppure da Vicenza, dov’era fino a un anno fa, Rotondi era arrivato con la fama di persona ragionevole. Chi gli ha chiesto spiegazioni per aver disposto le cariche s’è sentito rispondere che «signori miei», il clima è cambiato, è cambiato il governo. Deve averglielo spiegato il ministro La Russa piombato pochi giorni prima dei fatti dopo l’aggressione – condannata da tutti – a due di Azione giovani. «Stiamo reagendo bene, stiamo continuando a spiegare che non c’è stata guerriglia, né scontri ma solo rastrellamenti – dice Carletto del Pacì Paciana – il problema sono stati i fascisti e la polizia». Lunedì, alla conferenza stampa degli antifascisti, c’erano centocinquanta persone, nemmeno tutti militanti: erano testimoni, cittadini, genitori dei ragazzi picchiati. Il lavorìo dellacontroinformazione, probabilmente, produrrà controdenunce. Domani è in programma un’assemblea cittadina per fare il punto e annunciare iniziative. Si accettano scommesse sull’uomo mascherato e picchiatore. Gettonatissimo un digossino. «Ho visto la presenza marziana dei fascisti (ma Fiore, il loro capo, respinge da sempre l’etichetta, ndr)», prosegue Carletto. Forse solo venti camerati sono di Bergamo. Gli altri sono al seguito del leader. «Neanche una scritta in giro per la città», continua l’esponente del centro sociale ricordando un tentativo di Casapound che, dalle Valli, ha provato a distribuire pane a Treviglio, «per alcuni secondi». Non c’è molto spazio per l’estrema destra forse perché la Lega ha condensato le stesse pulsioni xenofobe su cui scommette la diaspora dell’antico Msi.La calata di Fn, insomma, ha il sapore di una forzatura operata con le migliori coperture della destra istituzionale. Il sito dell’Osservatorio democratico rivela la «santa alleanza» in atto: il leader locale di Fn è parente del segretario di An. Entrambi militano in Alleanza Cattolica, sodalizio integralista.I forzanovisti – armati fino ai denti, come da vdeo – sono stati scortati dalla polizia nonostante fosse stata fornita al sindaco, l’assicurazione che non avrebbero sfilato. Dovevano essere accompagnati alla sede nella zona di via Quarenghi, quella dei negozi degli immigrati. Location ideale per una provocazione. «Accadimenti di questo genere non si vedevano da decine di anni, quello che è successo è uno spartiacque». Ezio Locatelli, segretario provinciale di Rifondazione, conferma il clima di paura e tensione, «un clima legato al cambio di governo». E conferma a Liberazione , la «copertura a un corteo armato di spranghe, caschi, bastoni, aggressivo e non autorizzato. Occorre – spiega – rilanciare l’antifascismo politico e partecipato. bisogna rifuggire dallo scontro fisico, recuperare un vuoto di rappresentanza. Che è il problema di fondo».Unica tra le grandi città lombarde, Bergamo è governata dal centrosinistra con il Prc. Unica anche quando ha bocciato la aggressiva campagna delle destre contro parcheggiatori e commercianti abusivi. In città, al contrario, sono state ridotte le forme di marginalità «così – dice Locatelli – quel tentativo delle destre è fallito. Forse per questo ci si riprova utilizzando Fn». Alle imminenti comunali si profila uno scontro tra Roberto Bruni, figlio di deportato, candidato indipendente per il centrosinistra, e Franco Tentorio, vecchio avvocato missino, schierato da An.
Checchino Antonini – Liberazione
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da il manifesto 3/3
FASCISMO Ieri rilasciati gli ultimi due arrestati nella notte di sabato, per loro c’è l’obbligo di firma
I video «inchiodano» la questura
Manganellate «gratuite», insulti ai giovani che protestavano contro l’apertura di una sede di Forza Nuova a Bergamo. Mentre i neofascisti, «protetti» dal cordone di polizia e carabinieri, sfilavano con caschi e bastoni. Guidati dal loro leader, l’europarlamentare Roberto Fiore. Ecco cosa è accaduto sabato pomeriggio nel capoluogo orobico
Le immagini dimostrano le cariche indiscriminate contro i manifestanti

Alessandro Braga
BERGAMO
Una volta si sarebbe detto «carta canta». Oggi, con le nuove tecnologie, a parlare non sono più fogli ingialliti, ma video, blog, pagine internet. E per parlare, parlano eccome. Di più, denunciano, con le loro immagini, quello che realmente è accaduto sabato scorso a Bergamo. E dicono chiaro che, al di là delle strumentalizzazioni politico-giornalistiche che già sono state fatte, ancora una volta si è assistito, perlomeno, a un vergognoso «doppiopesismo» delle cosiddette «forze dell’ordine».
Che, da un lato, hanno caricato indiscriminatamente, con una violenza che ricorda da vicino i giorni del G8 di Genova, i manifestanti antifascisti che protestavano in piazza contro l’apertura, nel quartiere più multietnico di Bergamo, di una sede del partito neofascista Forza Nuova. Il bilancio della giornata, cinquantanove persone portate in questura e alla caserma dei carabinieri. I più, liberati in nottata. Gli ultimi due arrestati, rilasciati ieri, con l’obbligo di firma due volte alla settimana. Dall’altro, poco prima, hanno «accompagnato» cento-duecento loschi figuri nella loro «camminata» per le vie della città, con il loro armamentario di caschi, bastoni e i soliti vecchi slogan che puzzano di Ventennio. Schierati a falange, caschi in testa, bastoni tra le mani, i forzanovisti hanno potuto sfilare tranquillamente, protetti da un nutrito cordone della polizia, urlando i loro «boia chi molla» indisturbati. Roba da portarli tutti in caserma, con l’accusa di apologia di fascismo in base alla legge Scelba del 1952, ancora in vigore, ma troppe volte dimenticata.
Ieri il coordinamento antifascista di Bergamo ha indetto una conferenza stampa in una sala del palazzo comunale orobico per dire la sua. Per spiegare che l’antifascismo deve essere nel dna di qualsiasi forza democratica che voglia governare la città. Che una sede di Forza Nuova in un quartiere abitato da tantissimi immigrati, che convivono civilmente con gli autoctoni, è un’offesa alla città, e un pericolo per la tanto decantata sicurezza di cui i nostri politici si riempiono la bocca. E, soprattutto, per denunciare i pestaggi della polizia. A livello politico, gli unici a difendere i ragazzi picchiati sabato sono il consigliere regionale di Rifondazione comunista Luciano Muhlbauer e il segretario nazionale del Prc Paolo Ferrero, che hanno chiesto al ministro degli Interni Roberto Maroni di «chiarire immediatamente le responsabilità istituzionali di quanto accaduto».
Ma a parlare, ancora più delle testimonianze, sono i video, girati da cineamatori, ragazzi col telefonino, semplici passanti. Che raccontano di una violenza inaudita, gratuita, «spiegabile» solo con le parole di un funzionario della Digos, che avrebbe ammesso che «il clima è cambiato, non c’è più un governo di centrosinistra». Quindi, protetti dalle alte sfere, ci si può lasciare andare a cose simili. E allora è possibile compiere rastrellamenti a casaccio, portando in questura chiunque sia «colpevole» di essere presente in quel luogo e in quel momento. Si può urlare a una ragazza, che manifestava con il suo fidanzato, «zecca, puttana», prima di tirarle una manganellata sulla schiena. E ci si può permettere anche di mettere il proprio anfibio sulla testa di un ragazzo a terra, dopo averlo colpito col manganello, e apostrofarlo con un «gentilissimo» «Stai zitto pezzo di merda». Il tutto, quando il più dei manifestanti se n’era già andato a casa, e i pochi che restavano stavano raggiungendo le loro automobili per andarsene. Non regge quindi la «scusa» che le cariche sarebbero state fatte per impedire che i due opposti cortei venissero a contatto. No, perché i neofascisti a quel punto, soddisfatti per il trattamento loro riservato, se ne stavano già al calduccio delle loro case. E non si parli neppure di vetrine sfasciate, fionde, bastoni e tirapugni trovati addosso ai manifestanti. Che a Bergamo, sabato, le uniche cose ad «andare in frantumi» sono state le teste dei manifestanti «massaggiati» dai manganelli della polizia. Che non si è fermata neppure davanti a ragazzi con le mani alzate, che urlavano «basta, smettetela». Anzi, si sono pure fatti aiutare nella loro azione da alcuni figuri con il viso coperto dal passamontagna, ma ben visibili in alcuni video, che, accanto ai poliziotti, si sono divertiti a prendere a mazzate i ragazzi che protestavano.
Del resto, Bergamo (città e provincia) è in campagna elettorale, e certo non si può lasciare mano libera a «delinquenti» che vorrebbero scorrazzare liberi per la città a urlare che «essere fascisti è reato». Meglio difenderli, i fascisti, che qualche voto magari lo portano. Benvenuti a Bergamo, padania, Italia.
COMMENTO
Se polizia e fascisti sfilano a braccetto
Luca Fazio
Se chi commette un reato delinque, questa volta dov’erano le benedette ronde del governo Berlusconi? Dopo quello che è accaduto sabato scorso a Bergamo, forse ci toccherà rivalutare il pacioso «presidio del territorio gestito da associazioni» auspicato dai politici nostrani per «aumentare la percezione di sicurezza dei cittadini» (il virgolettato è bipartisan). I volontari con la pettorina e i telefonini, per esempio, di fronte a un centinaio di malintenzionati colti in flagranza di reato avrebbero potuto chiamare la polizia e guadagnarsi una bella medaglia al merito: l’apologia di fascismo, fino a prova contraria, è ancora un reato previsto dalla legge Scelba del 20 giugno 1952 (e l’articolo 4 sancisce quello commesso da chiunque «pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche»). Sarebbe stato un bel colpo. Peccato che la polizia fosse già sul posto, ma per difendere i delinquenti.
Sicuramente il ministro degli Interni Maroni, per quanto incattivito dal suo «pacchetto sicurezza», non avrà dato disposizioni in questo senso, per cui adesso dovrebbe toccare al questore Dario Rotondi spiegare come mai i suoi poliziotti si sono dati tanto da fare, quasi mano nella mano, per scortare in pieno centro un gruppetto di nazifascisti di Forza Nuova. Erano armati di spranghe, mazze e caschi – per molto meno in prima serata vengono scomodate le Br…- e marciavano con il braccio romanamente teso per urlare «boia chi molla è il grido di battaglia», con il solito ciarpame ideologico/cimiteriale di contorno. Per tutti i bergamaschi con un briciolo di senno, roba da percepirsi piuttosto insicuri. In più, cosa molto grave per un qualunque tutore dell’ordine pubblico, il corteo fascista aizzato dal leader Roberto Fiore – uno che se gli dai del fascista si offende e chiama l’avvocato – non era nemmeno autorizzato.
Tutto ciò sarà pure discutibile, o disgustoso, ma è niente rispetto a quello che è accaduto in seguito. Una volta protetta la lugubre parata non autorizzata, gli uomini comandati dal dottor Rotondi non sono certo rimasti con le mani in mano, e ci sono i video a testimoniarlo: alcuni antifascisti trattenuti a terra con i piedi schiacciati sulla faccia («pezzo di merda stai zitto»), altri fermati casualmente e portati in questura, una ragazza apostrofata «zecca puttana» (questa l’abbiamo già sentita da qualche parte…), per non dire dei tre individui con il passamontagna che manganellano a caso.
Purtroppo abbiamo metabolizzato che il clima non è più quello di una volta perché «non c’è un governo di sinistra» – così un funzionario della Digos avrebbe «spiegato» i pestaggi – ma forse il questore di Bergamo potrebbe mostrarsi meno pigro e banale dei suoi sottoposti. Troppo facile cavarsela ringraziando il personale per il lavoro svolto e minimizzare i disordini dicendo «non si è trattato di una cosa di grande rilievo». Come no… Proteggere i fascisti non è più reato?
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