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Scusa ma non ti chiamo cultura

5 marzo 2010
di Giacomo Russo Spena da Micromega on line

Il comico Roberto Benigni negli anni ’90 andava ripetendo il ruolo terapeutico di Emilio Fede per molti adolescenti: “Se lui è direttore del tg4 tu come minimo diventi astrofisico nucleare”, avrebbero detto le mamme per consolare i figliuoli in ansia per il futuro. Bé Luigi Frati, il rettore della Sapienza di Roma (una delle università più grandi d’Europa), si sarà ricordato della battuta di Benigni quando ieri pomeriggio ha concesso l’Aula Magna per un dibattito tra lo scrittore, pseudoregista Federico Moccia (e lo staff del suo film “Scusa ma ti voglio sposare”) e gli studenti dell’ateneo.
Se lui è il punto di riferimento delle nuove generazioni, un iscritto alla Sapienza come minimo ha il diritto di montarsi la testa, avrà pensato Frati. Forse, però, sono ottimista. Troppo ottimista. E mi scontro con la dura realtà subito dopo aver sentito l’intervento iniziale di Maria D’Alessio, professoressa ordinaria di Psicologia dell’età evolutiva e moderatrice dell’incontro. “Ringrazio Moccia per le tematiche che affronta – afferma la docente dal podio – Ci insegna la reciprocità dell’amicizia: le competenze affettive sono più complicate di quelle sessuali, cognitive e sportive”. Frase che ripeterà più volte durante lo sconcertante dibattito. Già prima della D’Alessio, c’erano tristi presagi.
A mezz’ora dall’apertura dell’Aula Magna, centinaia di studentesse si accalcano davanti all’ingresso dello stabile. Non vogliono perdere l’evento. Sono quasi esclusivamente ragazze, del primo o secondo anno accademico, look alla moda, scarpe griffate e ovviamente cellulari con fotocamera annessa. Per immortalare i loro beniamini. “Corri Vale, tra poco qui finiscono i posti” urla una ragazza ventenne al telefono con una voce concitata e un po’ da ochetta.
Alle 16,50 si aprono i cancelli, esce un uomo della sicurezza che dal megafono dà le istruzioni per smaltire la ressa: “Al banchetto di destra entrano quelli accreditati, a quello di sinistra i non accreditati”. Tra le facce delle studentesse c’è un mix tra stupore e perplessità. Solo una ha il coraggio di affermare ciò che pensano tutte: “Ma che significa accreditati?”. E giù risate. Senza un minimo di vergogna. Di nessuno. Nemmeno delle tre mamme (sic!) venute ad accompagnare le figlie, bramose di farsi fotografare con Raoul Bova.
Ci rimarranno male. L’attore protagonista di “Scusa ma ti voglio sposare” all’ultimo non si presenta. Tanto che quando la D’Alessio annuncia la sua assenza, serpeggia malcontento in sala. Poi, dopo qualche minuto, dai brusii si passa all’azione: almeno una cinquantina di studentesse si alzano e abbandonano l’Aula Magna. Ne fermo una. “Sono venuta per vedere Bova dal vivo, Moccia non mi interessa”, dichiara Paola, studentessa del terzo anno di Chimica, che poi mi liquida con la battuta in tema “Scusa, ma ti devo lasciare”. Sorrido. Smetto di ridere quando iniziano gli interventi: luoghi comuni, frasi retoriche e qualunquismo si susseguono.
“Le nuove generazioni hanno bisogno di sognare, questo è il motivo del successo delle mie storie – racconta Moccia – E la scrittura è una grande forma di libertà”. Applausi. Non di tutti. Qualcuno dissente. Simone, uno studente di Lettere antiche, prende il microfono e attacca lo scrittore-regista. “Ma non si vergogna di rappresentare oggi qui alla Sapienza la letteratura italiana, nel tempo forse la più importante e significativa del mondo. Glielo dico col cuore”. Moccia è spiazzato e ne esce con il classico discorso sulla libertà, che non tutti la pensano come lui e che le vendite lo premiano. Viva la cultura nazional-popolare. Poi c’è una domanda sui valori trasmessi dai suoi film. “L’educazione spetta alle istituzioni, non a Federico che non ha nessun potere sui giovani”, la replica dal podio. Forse allora le centinaia di lucchetti a Ponte Milvio sono solo una mia allucinazione.
Tralascio per inconsistenza gli interventi delle tre attrici, poco più che ventenni, del cast. Il dialogo più interessante, quando ringraziano Moccia perché girando “noi tre abbiamo trovato un vero feeling e siamo diventate grandi amiche”. Intanto altri ragazzi gridano “Vergogna” e alzano dei cartelli: “L’anti-letteratura è qui” e “Qualunquisti”. Sono una infima minoranza. La maggioranza applaude. L’Aula Magna gremita non si vedeva da tempo. Alle 19, con i complimenti di una ragazza che dice a Moccia di aver visto un “vero artista”, finisce il dibattito. Uno spot ad un pessimo film, ancora nelle sale, è la produzione culturale della Sapienza di Frati.
Andando via passo vicino la statua della Minerva, mi ricordo che un anno fa quel piazzale veniva affollato dall’Onda anomala contro la riforma Gelmini. Sembra passato un secolo. Il futuro è Moccia? Scusa, ma non ti chiamo cultura.
(5 marzo 2010)
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