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La censura del Web: un passo avanti verso il regime

28 maggio 2010

Un passo avanti verso il regime. Due giorni fa il Senato ha approvato il D.d.l. 733, cosiddetto pacchetto sicurezza. Tra le altre misure contenute nel provvedimento, colpisce per l’inaudita gravità quella prevista dall’art. 50-bis: “Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet”,  introdotto nel testo attraverso un emendamento presentato dal Senatore Gianpiero D’Alia (UDC) . E’ atteso per la prossima settimana il passaggio del testo alla Camera dei Deputati e qualora fosse confermato il voto favorevole, come è prevedibile che sia, questa grave restrizione della libertà di manifestare il pensierosarà legge e il Governo disporrà di un efficace strumento di censura in un paese che già non si colloca in vetta alle classifiche per libertà e pluralismo dell’informazione.

In sostanza la norma prevede  la possibilità di “oscurare” i siti internet che in qualche modo “istigano a disobbedire alle leggi dello stato” o commettono “apologia di reato“, e stabilisce delle sanzioni amministrative anche abbastanza rilevanti (da euro 50.000 a euro 250.000) per i provider che non applicano la rimozione di tali pagine entro il termine di 24 ore da un decreto del Ministro dell’Interno (in seguito a “comunicazione” dell’autorità giudiziaria), a cui è quindi in ultima analisi affidata questa attività di “controllo” sulle attività telematiche. Viene così praticamente ripristinato il potere di sequestro (riferito a giornali e riviste) attribuito al prefetto durante il regime fascista, in palese contrasto con la chiara lettera dell’art. 21 della Costituzione, con il quale i Costituenti vollero rompere col passato fascista stabilendo che l’informazione è un diritto meritevole di tutela e di garanzia da parte dell’ordinamento giuridico.

E ancora, questa stretta repressiva su internet, equiparando di fatto l’attività dei bloggers a un’istigazione a delinquere (punibile con la reclusione da uno a cinque anni ) e a un’istigazione a disobbedire alle leggi (reclusione da sei mesi a cinque anni), apre la strada alla repressione penale di chi usa la rete come mezzo di diffusione di una libera informazione.

Come sappiamo il confine tra le condotte apologetiche e quelle che invece attengono alla libera manifestazione del pensiero è molto labile, perciò, a maggior ragione in tempi come questi e in cui il fascismo e la repressione dilagano (si veda la sorte toccata ai giornalisti che hanno deciso di raccontare i fatti di Genova), non sarebbe così peregrino immaginare che anche la legittima critica andrà a cadere sotto la scure di questo provvedimento.

La ratio di questa norma è evidentemente quella di consentire al Governo il controllo dell’unico mezzo di comunicazione di massa rimasto libero in questo paese, e di imporre il bavaglio alle lotte sociali che, anche attraverso la rete, si esprimono e creano dissenso rispetto alle derive fascistoidi di questa destra reazionaria.

MANUELA GRANO e SIRIO ZOLEA

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