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Riflessioni sul 2 Giugno

2 giugno 2010

Sessantaquattro anni fa, il Popolo italiano sceglieva la Repubblica: due anni dopo, nel 1948, si sarebbe dotato di una Costituzione che è definita unanimemente tra le più avanzate nel mondo. A distanza di tanti decenni, quali sono le condizioni di salute della Repubblica e della Costituzione? Considerazioni, risposte e punti di vista possono essere numerosi. C’è un termometro, però, che può rivelarci il reale stato di salute della nostra Repubblica: il d.d.l. sulle intercettazioni, in corso di approvazione alle Camere. Una premessa, in modo che non ci possano essere equivoci sull’argomento. Libertà e diritto di informazione e di cronaca si collocano sotto la previsione dell’art. 21 Cost. Libertà di manifestazione del pensiero e di informazione è principio cardine dell’ordinamento: ciò significa che è esclusa la possibilità di revisione costituzionale sul punto. Significa ancora che il legislatore non può emanare leggi che neutralizzino il principio espresso nell’art. 21 Cost. Se lo facesse, non solo violerebbe la Costituzione, ma il suo equivarrebbe ad un atto di inequivocabile natura autoritaria, affatto insopportabile per un sistema liberaldemocratico. Quali siano le legittime risposte alle azioni eversive, chiare o subdole, è un problema che le forze politiche e sociali debbono prendere in seria considerazione, prima che sia troppo tardi. La Corte costituzionale pone il contenuto dell’art. 21 Cost. tra i diritti fondamentali inviolabili richiamati dall’art. 2 Cost. e lo definisce pietra angolare del sistema democratico. In un sistema veramente democratico, il diritto del quale stiamo discorrendo, serve a rendere compiuto l’intervento dei cittadini nella vita pubblica e serve pure a rendere effettivo il loro diritto a determinare la politica della Nazione come previsto dall’art. 49 Cost. Non solo la nostra Costituzione ma anche altre Carte lo prevedono e lo tutelano: Dichiarazione universale dei diritti umani; Convenzione europea dei diritti dell’uomo; Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Posta la precedente premessa, sento di dover rivelare che qualche anno fa non avrei mai immaginato di dover parlare, nel futuro, di informazione, di articolo 21 e di Costituzione in termini fortemente allarmati perché di fronte ad un legislatore, ad un governo – che ricordo sono pur essi soggetti alla legge fondamentale e al rispetto categorico dei diritti inviolabili -, che manifestano l’ intenzione di metterli in discussione. Non avrei mai creduto che ci potesse essere in Italia un soggetto politico che avesse avuto l’ardire di spingersi fino a tanto. Semmai, auspicando una maggiore estensione dei diritti ed una interpretazione complessiva – cioè giudiziaria e culturale di essi in modo sempre più aderente alla radice costituzionale – immaginavo di prendere posizione rispetto ad alcuni ritardi ed anomalie nell’interpretazione ed applicazione della Costituzione. Vicende giudiziarie come quelle che hanno coinvolto a Palermo Umberto Santino e Claudio Riolo, sono esempi delle anomalie alle quali mi riferisco. La Corte europea dei diritti dell’Uomo diede poi giustizia a Claudio Riolo, avendogli riconosciuto l’esercizio del diritto di critica e condannando lo Stato ad un risarcimento. E’ da parecchio tempo che nutro la convinzione – ma non sono il solo – che in Italia ci siano forze eversive che hanno scavato e continuano a scavare cunicoli distruttivi per far crollare l’impianto costituzionale tutto, quindi, anche quello relativo ai diritti fondamentali e alla natura democratica della Repubblica. La tecnica adottata è delle più subdole: non il tentativo in un sol colpo, ma tanti interventi, piccoli, quasi invisibili che non danno la percezione della gravità fino al momento irrimediabile del crollo. Parafrasando Giovanni Falcone, menti finissime sono state all’opera, con la colpevole complicità di tanti utili idioti, tra di essi pure qualcuno che, approfittando dello scandalo non più nascondibile, cerca occasioni di riscatto al suo fallimento. Oggi, siamo impegnati a difendere a spada tratta una libertà, un diritto, un caposaldo, della nostra convivenza. Un diritto che ha contraddistinto la concezione liberale e che ha camminato insieme ad un altro cardine di quella concezione: la libertà di intrapresa. Certo, si può anche sostenere che quella libertà altro non era che la libertà dei detentori di un potere effettivo, o dei capitalisti, o dei ceti sociali abbienti. Ci può anche stare quanto affermò uno dei padri del socialismo, che cioè la libertà di stampa non è niente altro che la libertà della borghesia di conficcare la sua ideologia nella testa degli operai, e al contempo replicare che questa non è una buona ragione per limitare il diritto; ma non è questo il punto, adesso. Non è un caso il mio richiamo ai due pilastri della “concezione borghese”. C’è un parallelismo, tra la conquista di allora e la regressione dei tempi attuali, che corre attraverso i protagonisti e i loro interessi. . Dopo il passare di secoli e secoli, artigiani, commercianti, agenti di cambio, piccoli proprietari terrieri di allora andarono costituendo la borghesia, protagonista dell’evo moderno. Aveva le sue regole, la sua morale. Certo, non possiamo disconoscere che la ricchezza fu anche costituita a spese di altre classi sociali: potrebbe valere a proposito quanto sosteneva Proudhon, cioè che la proprietà è un furto. Ma, ancora una volta, non è questo discorso che mi interessa adesso. Quel ceto fu rivoluzionario perchè sovvertì l’ancien régime. Nel corso del tempo, diede corpo allo Stato di diritto, del suo diritto, si potrebbe obiettare, comunque diverso dal regime antecedente connotato dalla assoluta sovranità del monarca che concedeva privilegi. All’interno del nouveau régime andavano crescendo per importanza le c.d. masse popolari che conquistarono spazi politici e riconoscimento dei loro diritti. Si pervenne nel tempo ai sistemi costituzionali liberaldemocratici e a forte impronta sociale. Dalle dichiarazioni di principio alla effettività del diritto. I rapporti tra i cittadini, tra di essi e lo Stato, trovarono suprema regolamentazione in un Patto, costituzionale appunto, nel quale la giuridicità trovava radice ed alimento in valori e principi dichiarati universali. Si pensi alla persona umana, perno centrale intorno al quale deve ruotare tutto il sistema (principio nominalistico ex art. 2 Cost.). La sovranità che prima apparteneva al monarca o al signore, indi allo Stato, veniva riconosciuta al popolo. Si pensi alla centralità del lavoro. Si pensi all’obbligo della Repubblica di rendere effettiva l’eguaglianza. Si pensi all’alto valore del ripudio della guerra. Si pensi alla soggezione di tutti, a cominciare dalle alte cariche istituzionali, alla Costituzione sulla quale si presta giuramento. Si pensi alla divisione dei poteri e all’autonomia della magistratura. Quel Patto è la nostra Carta fondamentale, per tutto il Popolo italiano. Una operazione di concordia civile. Da quel 1948, anno di entrata in vigore della Costituzione, molto è cambiato. E’ questo il punto che mi interessa soprattutto relativamente a ciò che sembra contare veramente nel mondo: la ricchezza, la sua accumulazione, il potere del denaro. Accanto ad una classe capitalista debole, spesso accattona, correa della storica debolezza della nostra democrazia, definita altalenante, ha preso campo un ceto che ha fondato le sue fortune ed il suo potere sul malaffare, sulla corruzione, sulla rapina, sul delitto. In generale, mi riferisco alla c.d. borghesia mafiosa, ma non solo quella. Questo significa che ai soggetti di quel Patto costituzionale si sono aggiunti o sostituiti altri soggetti che per i loro interessi vedono come il fumo negli occhi ciò che è esplicito e sotteso nei valori, nei principi, nel dettato normativo della Costituzione. Ciò non è una novità assoluta nel nostro panorama storico, se è vera la riflessione di chi afferma che in Italia la storia nazionale è inestricabilmente intrecciata con quella della criminalità di settori significativi della sua classe dirigente. Abbiamo di fronte un ceto, un coacervo di interessi che ha il concreto potere di cambiare l’assetto istituzionale della Repubblica. E’ questo il ceto, il coacervo di interessi che vuole istituzionalizzare l’omertà abolendo di fatto il diritto alla informazione. Questo ceto ha interesse a che tutto si svolga nell’ombra, magari delle cose intuite ma non dette, soprattutto oggi, in tempi di grave crisi economica e sociale che può indurre a riflettere e a verificare quanto il sistema corrotto pesa sulle tasche della gente. Se a questo dato si aggiungono la crisi della politica, come crisi dei partiti e della rappresentanza, il consolidarsi di una casta politica sorda ad una retta e proba amministrazione, se si somma anche la destrutturazione sociale operata dalla c.d. mondializzazione e la conseguente perdita di influenza di ceti e gruppi sociali che furono protagonisti del nostro recente passato, possiamo ben renderci conto di quanto sia grave e pericolosa la situazione. Il d.d.l. sulle intercettazioni è fatto epocale. Persino Vittorio Feltri ha scritto di attentato alla libertà di stampa e di effetti devastanti per la democrazia. Il centrodestra ha utilizzato l’argomento della sicurezza, quale cavallo di battaglia, vincente, della sua propaganda: eppure, il d.d.l. costituisce una limitazione notevole alla sicurezza, riduce la possibilità di indagine della magistratura su tutti i reati in particolare quelli finanziari, di corruzione di usura e di fatto impedisce il contrasto alla criminalità organizzata; impedisce a tutti i media di farci conoscere la realtà che ci circonda. La sbandierata tutela della privacy è una menzogna, è il casus belli contro la Costituzione. Se questo disegno fosse stato legge da qualche tempo, non avremmo saputo nulla su tanti casi eclatanti, a cominciare dall’acquisto a sua insaputa dell’appartamento di Scajola di fronte al Colosseo, per finire (si fa per dire) agli appalti gonfiati. In nome della privacy si scardina il principio del controllo di legalità e del diritto di informare. Privacy di chi? Di chi complotta, di chi si arricchisce sulle tasche dei cittadini. Il vero è che si vuole codificare l’omertà. Vietare la pubblicazione delle intercettazioni durante il segreto istruttorio ha un senso, ma qualsiasi tentativo di estendere quel divieto per tutto il periodo delle indagini preliminari porterebbe soltanto a neutralizzare il principio di immediatezza della notizia: impedire che la collettività sia informata in tempo reale. A distanza di sessantaquattro anni da quel 2 giugno 1946 dobbiamo constatare, purtroppo, che la Repubblica non è al meglio della salute: è attaccata da virulente forme patogene scatenate da quanti alla res pubblica vogliono sostituire una res propria, una oligarchia che è la negazione del progetto costituzionale e repubblicano. Prese di coscienza, sforzi della parte più avvertita e sensibile della popolazione, raccolta di firme non potranno bastare a fronteggiare l’emergenza, a ribaltare la situazione, a farci uscire dal buio di civiltà nel quale stiamo sempre di più sprofondando. Purtroppo è nuovamente in gioco la nostra libertà. Purtroppo, dobbiamo ancora una volta lottare contro la barbarie. Le vecchie strategie delle parti politiche, il conseguimento dei loro pur legittimi interessi non servono più alla bisogna. Allora tutto deve cambiare per dare la risposta efficace. Lo stato di fatto esistente non consente divisioni, sottigliezze, distinguo, rincorse utopistiche, seppur nobili, sul fronte primario e fatale della difesa della nostra libertà, dei nostri diritti fondamentali, ma direi anche, della nostra dignità di persone. Non si tratta da parte delle forze politiche e sociali di fare passi indietro, di cedere qualcosa della c.d. propria sovranità: non è questo lo scenario. Se pensiamo così siamo destinati alla inadeguatezza, all’inefficacia della risposta. C’è una primaria, grave emergenza: la tenuta delle nostre libertà e la necessità di mandare a casa i corruttori e gli eversori della Costituzione, della nostra convivenza civile. Questa lotta, peraltro, coincide con quella della tutela di altri diritti sociali elementari che l’attuale governo disconosce. Oggi, come ieri, viva la Repubblica democratica fondata sul Lavoro!

Palermo 2 giugno 2010

Salvatore Petrucci

Segretario regionale PdCI

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One Comment leave one →
  1. 2 giugno 2010 9:13 pm

    I nostri padri ci hanno regalato con grandi sacrifici quella libertà che noi viviamo tutti i giorni con la Repubblica; la Democrazia non è uno stato che si raggiunge una volta per sempre ma è un’utopia che ci deve pervadere, perchè uno stato democratico non è mai perfetto ma è sempre in divenire

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