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Il premier pigliatutto minaccia la stampa

29 giugno 2010

Il premier in versione brasiliana invita allo sciopero, non contro i tagli che stanno massacrando in modo indiscriminato sanità, scuola, comuni e regioni, virtuose e reprobe che siano. Silvio Berlusconi invita i lettori a scioperare contro i giornali. Visto l’alto scranno da cui viene l’invito sarebbe una specie di serrata contro chi protesta per la legge bavaglio. «Allergico alla libertà di stampa», reagisce Antonio Di Pietro.

Ma il premier, intanto, è già in sciopero come ministro dello sviluppo economico. Dal 4 maggio, infatti, da quando Claudio Scajola dovette dimettersi per cause di forza maggiore (lo sbadato non sapeva chi gli aveva pagato la casa) quel ministero ganglo essenziale in tempi di crisi non batte un colpo. Pomigliano Vedi alla voce Fiat, ad esempio. Il ministro Maurizio Sacconi si è speso per il sacrificio dei diritti dei lavoratori ma nessuno si è adoperato per l’altro corno del dilemma, quello dello sviluppo: né il ministro Interim né il capo del governo – fa notare Marco Causi, economista e parlamentare del Pd – «hanno ricordato che la chiusura di Termini Imerese fu invocata in nome della salvezza di Pomigliano d’Arco». Vedi alla voce Mezzogiorno: all’ombra dell’interim si consuma lo spezzatino delle politiche che dovrebbero ridurre il gap del Sud e far funzionare l’intero paese, anche e soprattutto in versione federalista.

«Il piano per il Sud è stato annunciato un anno fa – spiega Marco Causi – ma non solo il piano non arriva e i fondi Fas vengono taglieggiati, con la manovra economica assistiamo allo spezzatino delle politiche per il Mezzogiorno». C’è un nome e cognome dietro l’operazione di scorporo: Raffaele Fitto, ministro dai risultati non brillanti, che reclama più poteri per gli Affari regionali e che dovrebbe assumere, a breve, una parte delle competenze «di coesione e sviluppo». Green Economy Vedi alla voce energia, altro settore chiave nelle competenze dell’interim. Anche su questo il governo non batte un colpo. Né sul controverso nucleare né sulle politiche per le energie alternative. La Green Economy dovrebbe essere un cavallo di battaglia per imprimere un’accelerazione all’uscita dalla crisi ma anche su questo non c’è traccia di un indirizzo politico. «I sindaci del ragusano – racconta Marco Causi dalla Sicilia – sono letteralmente presi d’assalto dalle industrie energetiche mondiali perché gli incentivi sul fotovoltaico fanno gola». Investire un milione in fotovoltaico oggi significa, grazie agli incentivi statali, guadagnarne 6 in trent’anni. «Ma cosa resterà sul territorio? I sindaci chiedono opere pubbliche alle aziende in cambio delle concessioni. Ma a Roma non trovano nessun interlocutore».

Vedi alla voce telecomunicazioni. Qui casca l’asino e si svela l’arcano, perché fra le competenze del ministero di cui Berlusconi detiene da quasi due mesi l’interim ci sono gli ambiti in cui il premier e le imprese gestite dai suoi familiari hanno interessi vitali. Dalle telecomunicazioni alle assicurazioni. Tanto che i parlamentari Vincenzo Vita e Giuseppe Giulietti hanno presentato un esposto al presidente dell’Antitrust Catricalà. Un atto ufficiale al quale non c’è mai stata risposta. Come non c’è stata risposta ai quesiti posti da Antonio Di Pietro al Question Time del 22 giugno, a proposito della sentenza europea che ha imposto a Mediaset di restituire sei milioni di incentivi per il decoder del digitale terrestre: «Noi abbiamo come Presidente del Consiglio un signore che la mattina prende le decisioni con cui favorisce nel pomeriggio la sua azienda.

È questo il problema politico che poniamo: abbiamo una persona che utilizza i soldi dei cittadini italiani, 220 milioni di euro nel 2004-2005, che è la stessa persona che di fatto ne beneficia». In questi giorni il ministero dello Sviluppo Economico deve decidere, con Ag.com, la ripartizione delle frequenze. In questo caso, dice Vincenzo Vita, «il conflitto d’interesse è flagrante». Anche se, ad onor del vero, la questione era stata già bene impacchettata, anche prima: il viceministro competente è Paolo Romani, non proprio uno super partes. Ma c’è di più: con il digitale terrestre si liberano molte frequenze che potrebbero essere importanti per lo sviluppo delle nuove tecnologie su banda larga, la Tv via telefonino, l’I-Pad. In Germania si è subito colta l’occasione e nelle casse pubbliche sono entrati 4 milioni e mezzo di euro. In Italia si è scelto di evitare l’asta che avrebbe portato denaro fresco nelle esangui finanze pubbliche. La parola d’ordine è ritardare, anche se, ogni tanto, qualcuno riesce a rompere le uova nel paniere(leggi: Sky e le regole dettate dall’Unione europea). Altro che concorrenza e politiche di sviluppo.

da Controlacrisi.org

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2 commenti leave one →
  1. coach Z. permalink
    5 luglio 2010 7:35 pm

    meno male ke almeno quelli di sky hanno avuto il coraggio di opporsi a questa legge…tutti gli altri dovrebbero prenderne esempio…

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