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Il 25 luglio del cavalier Berlusconi

6 agosto 2010

Il 25 luglio di Silvio Berlusconi si è consumato nelle modalità farsesche che contraddistinguono il ripetersi degli eventi nella storia (la prima volta in tragedia, la seconda in farsa, come dice Marx) ; invece del voto contrario al duce su un OdG di Dino Grandi, un bel po’ di astensioni per difendere un sottosegretario alla Giustizia (sic!) indagato e indifendibile; invece dei saluti romani e dello sguainare dei pugnali della Milizia, il grido “Silvio! Silvio!” spudoratamente intonato dai fedelissimi nell’aula di Montecitorio; invece dell’invito alla “vendetta tremenda vendetta” di Pavolini, il fondo del “Giornale” di famiglia che invita a Votare, votare, votare; e, questa volta, neppure un reuccio in grado di far portare via da un’autoambulanza lo sconfitto. Altra differenza non da poco: questa volta l’esecuzione dei “traditori” ha preceduto, e non seguito, il “tradimento”, con i fucili del plotone di esecuzione caricati col piombo dei “trattamenti Boffo” affidati ai sicari Feltri e Belpietro.
Resta la sostanza, resta cioè la fine di una coalizione che sembra naufragare sugli scandali e sulla rivendicazione dell’impunità, dato che il movimento operaio non è riuscito a farla naufragare sugli attacchi ai salari, sulla disoccupazione, sul precariato, sulla distruzione della scuola e dell’università e sulla gestione ferocemente classista della crisi economica. Tuttavia la fine del governo Berlusconi può anche non significare la fine di Berlusconi e del berlusconismo. Esiste sempre per “papi” la speranza – chiamiamola così – rappresentata dalla miseria della leadership del centro-sinistra. Chi volesse averne un assaggio probante vada a leggersi il recente intervento di Veltroni che ammonisce a non abbandonare il bipolarismo, ma anzi, se possibile, a rafforzarlo! Come se l’esperienza di un quindicennio di sconfitte non fosse ancora bastato per far capire a quelli come Veltroni che costringere la dialettica politica nello schema forzato della scelta fra due campi, e due capi, non solo mortifica la democrazia, non solo umilia e ferisce a morte il parlamentarismo disegnato dalla Costituzione, non solo impedisce che la dialettica della lotta fra le classi si rappresenti nella sfera della politica, non solo incrementa a dismisura l’astensionismo di sinistra, ma garantisce a priori la vittoria della destra. Insomma: il bipolarismo è la vittoria di Berlusconi, e una cosa non può esistere senza l’altra. Lo confessiamo: un po’ conforta e (a seconda dei temperamenti) un po’ disgusta leggere oggi da Massimo Cacciari che il bipolarismo è la rovina dell’Italia, e sentir dire più o meno le stesse cose da Francesco Rutelli, dato che questi due (e troppi altri silenziosamente pentiti senza una sola parola di autocritica) sono stati fra i maggiori teorizzatori e artefici del sistema bipolare che ha consegnato il paese alla banda berlusconiana.

di Raul Mordenti da Liberazione del 06/08/2010

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