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Il primo problema è comporre una coalizione alternativa

16 agosto 2010

Gli attacchi, al limite dell’isteria, di esponenti della destra berlusconiana al Capo dello Stato sono un’ulteriore conferma di quanta ragione abbia Paolo Ferrero a denunciare, nella sua lettera aperta ai segretari delle forze dell’opposizione, la cancrena che consuma i rapporti politici nel nostro Paese. E’ vero: continuare a rimanere in questo pantano putrescente – fatto di corruzione dilagante, di uso di scandali veri o presunti ai fini di una lotta politica senza quartiere, del via libero dato al padronato di dare corso a una vera e propria “macelleria” sociale – può essere esiziale per la Repubblica. Ma come evitare a questa situazione uno sbocco autoritario per di più legittimato dal voto della maggioranza degli italiani? Bisogna comprendere qual è oggi l’effettiva posta in gioco. Ed è un segno di ritrovata saggezza il fatto che nelle opposizioni s’incominci a discutere, più che sull’alternativa tra cosiddetto “governo tecnico” e elezioni anticipate, su quale debba essere la coalizione capace di sbarrare la strada a Berlusconi. Il problema che è di fronte alla politica italiana non è quello di chi si candiderà alla successione di Berlusconi ma come sconfiggerne in campo aperto il disegno di sovversione dell’assetto costituzionale del Paese. L’ampiezza della coalizione alternativa deve essere adeguata a questo scopo. E anche eventuali elezioni, che vedo per la prossima primavera ineludibili, non possono essere affrontate non discutendo esplicitamente questo nodo. E se non ci potrà essere un governo di transizione, dovrà esserlo la nuova legislatura. Affrontare l’inevitabile scomposizione e ricomposizione dell’attuale sistema dei partiti e rifondarne la legittimazione, anche attraverso una nuova legge elettorale, su un terreno costituzionale introducendo una netta soluzione di continuità con le formazioni politiche a base populistico-plebiscitaria che hanno caratterizzato le esperienze degli ultimi quindici anni non è questione che si può affrontare e risolvere nell’arco di una campagna elettorale. Una simile impresa tuttavia richiede una convergenza di forze che superi, possibilmente, i confini delle attuali opposizioni per porre un argine allo stravolgimento della Costituzione e a quel secessionismo strisciante concesso alla Lega che va sotto il nome di federalismo fiscale. Comprendo la preoccupazione che Salvi ha espresso su questo giornale. E’ vero: una simile impresa può apparire all’opinione pubblica come una sorta di “congiura di palazzo”, una conferma dell’abisso che esiste tra politica e cittadini e, paradossalmente, un portare acqua a Berlusconi e all’”appello al popolo” che egli farà contro la politica democratica. Ma questo rischio lo si esorcizza affrontando le questioni, non eludendole. Bisogna aprire un confronto con quelle esperienze che – come quelle che si muovono attorno a Vendola, come quelle degli amministratori locali e delle imprese dell’“altra economia”, che si sono dati appuntamento in ottobre a Teano per i 150 anni dell’unità d’Italia – tentano a sinistra di ricostruire un circolo virtuoso tra politica e società civile. E’ necessario, poi, aprire un dialogo senza pregiudizi con quei settori di Confindustria che prendono le distanze dall’attuale compagine di governo, chiarendo tuttavia che non può essere assolutamente oggetto di scambio lo stravolgimento delle relazioni industriali, di cui l’offensiva di Marchionne costituisce la punta di diamante. Come anche bisognerebbe interrogarsi se di fronte alla crisi democratica in atto sia proprio inevitabile che importanti organizzazioni sindacali (penso alla Cisl, alla Uil e all’Ugl) rimangano praticamente collocate a fianco dell’attuale governo in ragione del conflitto sul futuro delle relazioni industriali che le vede opposte alla Cgil. Se si affrontano queste questioni l’alternativa democratica a Berlusconi diventa non la costruzione di uno schieramento di forze politiche ma la ricomposizione di un blocco politico e sociale a presidio della Repubblica. Che è quello di cui oggi avremmo esattamente bisogno. E’ una prospettiva difficile. Ma al suo successo può molto contribuire la sinistra. In questi mesi, di fronte alla crisi della destra, mi è capitato alcune volte di affermare che la sinistra italiana avrebbe avuto bisogno di un mutamento di prospettiva della stessa portata di quello che Togliatti nel 1944 impresse con il discorso di Salerno al suo ritorno in Italia. Il contesto storico è completamente diverso, ma la gravità dei problemi è altrettanto grande. Ci vorrebbe una pari audacia e lungimiranza

di Piero Di Siena su Liberazione del 15 agosto 2010

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